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Letture – di Daniela Russo

Voci di donna

IMG-20180129-WA0001Nell’ultimo periodo sono riuscita a strappare del tempo libero per leggere quasi come in sequenza tre romanzi di tre autrici. Le autrici sono Zeruya Shalev, un’israeliana, Ilaria Bshalevernardini, Claudia Grendene, italiane, entrambe settentrionali, lombarda l’una, veneta l’altra. Il particolare curioso è che conosco di persona l’ultima scrittrice, abbiamo frequentato insieme ormai un bel po’di anni fa, e con esiti davvero diversi, la Bottega di scrittura di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati.

Ilaria-BernardiniI libri sono intitolati: Dolore, Faremo foresta, Eravamo tutti vivi, editi da Feltrinelli, Mondadori, Marsilio editore. Tre case editrici prestigiose per tre voci femminili tra loro simili e diverse, come spesso è la voce della donne nella scrittura, tessitrici abili di un’unica trama, quella della vita vista e vissuta nel modo speciale, interiore, riflessivo e mai scontato che è una peculiare del femminile. Le donne sanno farsi cantori della realtà in tutti i suoi aspetti, quelli apparentemente semplici dei rapporti familiari, di una quotidianità costantemente avara con la generosa energia dei sogni, dell’impegno, delle passioni femminili.

In Dolore, la protagonista, Iris, è una quarantacinquenne sposata con due figli: realizzata nel lavoro_ è preside di un istituto scolastico dai programmi educativi dedicati soprattutto a ragazzi considerati ‘problematici’_ ha invece una vita familiare meno brillante. Da ragazzina ha subito infatti il trauma dell’abbandono da parte del suo primo, grandissimo, amore, l’inquieto ed inquietante Eitan, a sua volta orfano di madre. I due figli di Iris, ormai abbastanza indipendenti, sono avviati al loro destino, ma diversamente dalle previsioni, quella a creare maggiori problemi è la ventenne Alma, che si è trasformata, da ragazzina apatica e remissiva, in una giovane donna misteriosa che vive a Tel Aviv, dove lavora in un bar, ben lontana dal controllo dei genitori apprensivi. Il ragazzo, invece, dopo una movimentatissima infanzia, è quasi in procinto di partire per il temibile servizio militare israeliano. Il marito di Iris, Michael, è un giocatore compulsivo di scacchi e l’estraneità tra i due coniugi, scavata dai lunghi anni del loro impegno di genitori, sembra ora insuperabile. In questo vuoto si insinua lo spettro del ricordo del terribile incidente in cui Iris è stata coinvolta una decina d’anni prima, un attentato terroristico che l’ha obbligata a mesi di ricoveri e di cure e le ha lasciato nel corpo, memoria viva del passato, il dolore cronico al bacino che le fa da compagno, insieme all’ombra dell’amatissimo Eitan. Questi si materializza ricomparendo dal nulla nella vita di Iris: è ormai un dottore valido ed affermato, ha quattro figli e un numero imprecisato di ex mogli, ed attraversa il presente con i rimpianti e le inquietudini del suo non lineare percorso verso la maturità. Dal rivedersi casualmente nelle corsie di un centro specializzato al finire uno nelle braccia dell’altra, il passo è assai breve: i due ormai maturi ex fidanzati si riscoprono e riscoprono l’intensità dolorosa e vitale di una passione mai estinta. Intanto però la vita di Iris è stravolta dalla nuova consapevolezza dei guai in cui si è ficcata Alma: la ragazza è vittima della manipolazione del proprietario del bar in cui lavora, un fanatico impostore che, prospettandole la liberazione interiore, la sottopone a duro lavoro nel locale e la spinge a un regime di vita promiscuo e insano. I suoi genitori, disperati, ripercorrono le tappe dei traumi vari che hanno portato la povera Alma a questo esito, e tentano il tutto per tutto per liberarla dalle grinfie dell’orrido figuro. Iris intanto, nel cammino di riscoperta del suo ruolo di madre di una giovane donna, e non più di una ragazzina, vive con rimorso la passione rinata con Eitan, al quale riesce solo a dedicare sprazzi delle sue convulse giornate o delle sue notti, e che registra nella rubrica del suo cellulare, con il nome affatto consolatorio di ‘Dolore’. Non so se la scrittrice, lussureggiante nella forma e nelle immagini, riferisca il titolo a Eitan o al dolore cronico di Iris o al dolore del suo fallimento come madre: molto probabilmente il titolo è onnicomprensivo. Eppure, la guarigione dai drammi e dal malcontento di una felicità che non si concretizza se non con l’impossibile, avviene: Iris e Michael tornano a occuparsi di Alma, e Alma, privata negli anni giovanili di una guida a causa dell’attenzione che i due dovevano dedicare un po’ al lavoro, un po’ al fratellino disobbediente e iperattivo, si sente di nuovo al centro della vita della sua famiglia. Rinunciare a Eitan e agli incontri con lui, splendidi ma fugaci, sembrerebbe una specie di scotto che Iris deve pagare alla riconquista del suo nuovo equilibrio, di una felicità possibile, spazzati via i rimpianti, il trauma dell’incidente. Iris fa pace con sé e con il suo passato, mentre a Eitan non resta che lasciarle biglietti sul cofano della macchina, con spirito adolescenziale. In realtà il finale è sapientemente aperto, e fino in fondo noi lettori non sapremo se Iris abbia davvero rinunciato al grande amore della sua gioventù in nome e in virtù del bene più grande, quello filiale. Alma rinsalda la sua fragile autostima con il rinnovato calore materno e paterno, e una via per la serenità si delinea nel ricomposto quadro familiare, sopravvissuto a tanti scossoni. La cornice è Israele, la sua storia drammatica, la sua eredità ingombrante. E’ anche dolore per la sua terra che Zeruya Shalev, senza occuparsi direttamente di politica, esprime nel romanzo, con lo strumento della sua rappresentazione ricca e sensuale della realtà; solo una donna può parlare di storia in modo credibile, incarnandola nel dolore alle ossa di un bacino di donna.

Meno drammatica, scritta con una lingua lieve, misurata, musicale e bambina, è invece la seconda storia di cui voglio parlare, e in cui ho avuto la fortuna di incappare. Anna, una giovane donna di famiglia molto più che benestante, milanese, è reduce dal divorzio con l’amatissimo marito, con cui ha un figlio ancora molto piccolo, il quattrenne Nico. Anna si trasferisce in un’altra casa, portandosi dietro il figlio e il dolore per l’amore finito senza se e senza ma, senza grandi drammi o grosse motivazioni. L’amore è finito, come finisce la pioggia, come finisce l’acqua in un vaso. Milano è grigia, soffocante, immersa nel cemento e nella crisi economica post 2008. Intorno ad Anna si muove una serie ricca di personaggi, ciascuno alla prese con un tortuoso eppure generoso percorso di ‘ricostruzione’, molti fanno parte della numerosa famiglia della protagonista, da cui evidentemente non si è mai staccata fino in fondo: il padre di Anna, ricchissimo, carismatico, del pari anaffettivo; la madre di Anna, una gentildonna provata dalle separazioni che sembrano un po’ la cifra della sua famiglia, imprenditrice di successo con la passione per i viaggi in India; la dolce e tenace Maria, un’amica della sorella di Anna, che nei giorni del divorzio della protagonista, affronta una terribile emorragia cerebrale e lotta come un leone per restare a galla. Una ironica ed energica chiromante inglese, cui Anna, inquieta, si rivolge per conoscere il suo destino nei giorni dell’abbandono. Le piante, che cominciano ad abbellire il terrazzo della nuova casa di Anna, diventano un puntello per la ricostruzione dopo i disastri, e fanno la foresta della nuova vita, traendo linfa vitale dalle cure instancabili, affettuose, competenti di Anna e di Maria, del dolce e sereno Nico. La città comincia a diventare meno inospitale; una distanza di sicurezza si scava tra Anna e l’ex marito, che si impegnano con altri uomini e donne. Entra nella vita di Anna un nuovo amore, un bellissimo uomo che vive a Londra, così che la donna comincia a fare la spola, tramite viaggi in aereo temuti ma affrontati con calviniana leggerezza, tra Milano e Londra. Il nuovo amore ha a sua volta un ricco corredo familiare. E tutti, ex mariti, ex mogli, nuovi fidanzati, fratelli che vivono all’altro capo del mondo, si rivedono alla grande festa di compleanno di Anna, nel giardino della casa materna. Il padre di Anna stupisce e spiazza la sua scomposta tribù altoborghese annunciando la nascita di un bambino, il quarto figlio, Romeo, e la notizia rende felici e un po’ gelosi tutti. Al largo delle coste dell’isola rifugio di Anna, di Nico e della loro nuova famiglia, la profezia allegra della chiromante si avvera, e la donna annuncia al piccolo ‘saggio’ la nascita di una sorellina. Il mare è finalmente ripulito dalle meduse, le piante fioriscono rigogliose, i circuiti neuronali di Maria sono ricostituiti, la mamma di Anna è in India al seguito della sua macchina da stampa, eredità dell’industrietta familiare, e di un affascinante signore indiano. Il padre, che poco padre è stato, si rivela tenero nonno e padre anziano più che adeguato. Il mondo può continuare a girare dietro la sintassi sincopata e lieve di Ilaria Bernardini, che campeggia in terza di copertina con la sua lunga chioma bionda e i tratti delicati della bellezza nordica. ‘Faremo foresta’ mi aiuta a digerire il dramma israeliano di Iris ed Eitan, della loro passione inestinguibile, dei crateri che la guerra e l’intolleranza hanno scavato nel suolo coriaceo della mia amata Gerusalemme.

Intanto, termino la triade quanto mai composita con la rilettura di Eravamo tutti vivi, di Claudia Grendene, la bella bibliotecaria padovana, filosofa ed eccellente madre di famiglia, che ho avuto il privilegio di conoscere nell’oramai lontano 2013. Questa non è una storia di famiglia, come le altre due, bensì di una sorta specifica di famiglia che ha regole, ruoli, leggi non scritte esattamente come quelle di una famiglia: è la storia di un gruppo-addirittura un gruppo- di amici, che dagli anni ’90 vivono, si agitano, studiano, amano, litigano, si sposano, fan figli e divorziano sullo sfondo di Padova, città ricca, operosa, elegante e colta dell’altrettanto ricco Nord-est italiano. Qui non ci sono gli attentati terroristici di Gerusalemme, né ebrei né palestinesi; non ci sono i grattacieli di Milano, tristemente sbalzati al disonore delle cronache in questi giorni con la notizia della tragica fine di un’altra donna bella e preziosa che mi viene da ricordare (la compianta scrittrice Alessandra Appiano); qui non c’è Londra, con la vita che ricomincia e l’economia in ascesa, villaggio globale della vecchia Europa. C’è però il difficile periodo del dopo-terrorismo, il crollo, dopo la fine del comunismo, degli ideali che hanno nutrito generazioni e che più non nutrono, all’inizio del tunnel del berlusconismo e delle trasformazioni economiche e sociali che sarebbero toccate al nostro Paese nella sua interezza. Non c’è una protagonista unica, ma in luogo di Iris ed Anna, qui fa da collante alle imprese del gruppo, la tenera, studiosa, semplice Chiara, l’unica degli amici che viene a Padova a studiare dalla provincia, anche lei in fuga dal dramma familiare di una sorella tossicodipendente. Chiara non racconta, ma è cornice delle storie degli altri, diversi da lei, più ‘sgamati’, banalmente più ricchi, tormentati negli amori e nella crescita: Isabella, Elia, Agnese, Anita, Alberto, e il più sofferente di tutti, l’intelligentissimo e sfortunato Max. La morte arriva a Max lontano dalle strade e dalle piazze della giovinezza, dagli atri della facoltà di filosofia che tutti i personaggi frequentano con discreto successo: Max muore in Messico, paese affascinante ed infido, a coronamento di una vita complicata e di un’inquietudine esistenziale davvero sceverata dall’autrice con maestria e compassione. Chiara è sguardo, ancora incontaminato, su storie fatte di sogni, di rinunce, di delusioni, di realizzazioni sofferte: ci introduce alle altalene emotive di Max, di cui si innamora ricambiata, di Isabella ed Elia, la cui relazione si annuncia complicata sin dagli esordi. Chiara è testimone della passione impossibile- guarda caso, anche qui, dalla penna di una donna, la storia di un amore sofferto- quello tra i cugini, belli e infelici, Alberto ed Anita, che una questione di legami familiari e razzismo separa per sempre senza riuscirci. Chiara è punto fermo negli andirivieni di Agnese, sfuggente, bella, complessa, che un po’, senza averne la leggerezza, mi ricorda i movimenti tra Londra e Milano di Anna. Chiara è voce interprete di una femminilità attenta, empatica, che cerca inclusione e lotta per affermarsi, che partecipa alla gioia e condivide il dolore, che cura l’intimo e rispetta il collettivo. Chiara è il meglio della ‘meglio gioventù’ che popola le pagine del romanzo di Grendene. La lingua qui è piana e corretta, scorrevole, chirurgica, frutto di studio, di revisioni, e dell’inesausta ricerca di perfezione formale da parte dell’autrice. Rispecchia la più alta tradizione degli scrittori settentrionali, rifacendosi, come da dichiarazione dell’autrice, al Giuseppe Pontiggia de La grande sera. Ci si affeziona al gruppo di ragazzi, che sono ciò che siamo noi, quaranta-cinquantenni di oggi. Una generazione in bilico tra obbedienza e libertà, una generazione malinconicamente vincolata al rispetto dei vecchi, un po’ grottescamente messa in scacco dai figli, i nativi digitali con le loro pretese e il loro approccio più immediato alla vita e alle sue leggi, che son sempre quelle, eterne, immutabili. Una generazione che ha perso senza combattere, che ha lottato troppo per diritti primari, e si è vista sfuggire il di più, che ha rinunciato ai sogni per obbligo e ha il rimpianto come segno di riconoscimento, quasi stella di Davide su un’inesistente uniforme. Iris, Anna e Chiara si danno, nella mia immaginazione, idealmente la mano, e fanno insieme, del loro dolore, foresta, cantando un inno all’esser rimaste tutte, vive. A dispetto del destino. Gerusalemme, Tel Aviv, Milano, Padova, Londra, Città del Messico: luoghi di un esilio che è il percorso doloroso per restare in vita, per fiorire nel deserto, nella guerra, dopo la fine dei sogni, in quell’attimo stupito e dolente in cui gli occhi si aprono sulla fine della giovinezza, e sulla propria incompletezza, con cui si è solo costretti a, pacificamente, convivere.

Milano, 20 giugno 2018

Daniela Russo

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