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Una lettura di L’animale femmina – Emanuela Canepa

animalefemmina.jpegScriverò in forma personale alcune riflessioni sul romanzo d’esordio di Emanuela Canepa, vincitrice del premio Calvino 2017, appena edito da Einaudi nella collana Stile libero big, col titolo L’animale femmina.

Non fingerò di produrre una recensione oggettiva visto che la mia avventura di esordiente si è in parte incrociata con quella di Emanuela, abbiamo avuto modo di conoscerci e di condividere una stanza a Milano e diversi passaggi di questo percorso.

Del resto, il romanzo di Emanuela finisce per riguardarmi molto da vicino.

Fin dall’incipit, perfetto e di assoluta potenza, il lettore viene messo in guardia su chi sia, in questa storia, il vero nemico anche se proseguendo nella lettura si finisce per dimenticarlo, o per ricordarsene pallidamente. La Rosita Mulè bambina dell’incipit elabora il suo pensiero di fuga da una madre castrante e non più di tanto affettiva; inizia così, nelle prime pagine, il sogno di libertà che rimarrà al centro della storia.

Ma la bambina non sa, come non lo sanno tutte le bambine del mondo, che allontanarsi fisicamente dalla prigione materna, per quanto sia un istinto necessario, non sarà sufficiente.

Se di fronte alla fuga di Rosita la madre tenace le dicesse di non percorrere la strada del bosco, pericolosa benché più corta, risulterebbe evidente come il nucleo di questo romanzo ricalchi, con una variante fondamentale, la più classica delle favole.

E così ritroviamo Rosita Mulè ragazza, anzi donna, lontana diverse centinaia di chilometri dal paese natale del Sud, alle prese con le difficoltà dell’auto sostentamento come studentessa universitaria di medicina, con un debito da pagare. Quando Rosita incontra, grazie al ritrovamento di un portafoglio, l’avvocato Ludovico Lepore, non può rifiutare la proposta di lavoro che le viene offerta: perché è semplicemente la soluzione di tutti i suoi problemi.

Tuttavia Rosita comprende abbastanza in fretta che il nuovo lavoro di segretaria del prestigioso e perturbante avvocato, cioè la sua occasione di riscatto, ha il prezzo dell’assoggettamento alle manie di uomo sadico e misogino. Pensa, Rosita, di avere la situazione sotto controllo perché tutto ciò rimarrà soltanto un lavoro, e a fine orario tornerà padrona della sua vita. E dunque via, per la strada del bosco.

E’ tempestivo, il tempo di un paio di dialoghi, il meccanismo perfetto secondo il quale ciò che Lepore infligge a Rosita, l’autrice infligge al lettore. Perché la scivolata inesorabile nella melma psicologica di Lepore mette sia la protagonista che il lettore nella condizione di voler da una parte sfuggire e dall’altra andare sempre avanti, per vedere come andrà a finire. I sermoni umilianti sul genere femminile, che l’avvocato non perde occasione di pronunciare, sono una malia che ti entra dentro come se tu fossi al cospetto di una divinità malvagia. Un fiume inquinato inizia a scorrere dentro a Rosita anche quando è lontana dal lavoro.

Ludovico Lepore (tutte le volte che ho letto il suo nome nel romanzo ho messo a fuoco la faccia di Lord Voldemort) non lo vedi arrivare, non cammina verso Rosita, non si annuncia: lui appare e scompare, mefistofelico particolare, questo, che produce autentica tensione. Il sospetto è che lui possa essere sempre lì anche quando non lo vedi, minaccia costante, grande occhio giudice.

Soddisfare le richieste dell’avvocato, anche soltanto ingoiare i sadici monologhi o vederlo in azione con spietato cinismo nei confronti di altre donne, diventa per Rosita un prezzo sempre più alto da pagare. Lei lo sa bene di essere nelle fauci del lupo cattivo, ma sa altrettanto bene che perdere quel lavoro significherà dover tornare a casa da quell’altro lupo.

Perché non sei rimasta vicina alla mamma, perché sei passata dal bosco, Rosita?

Sembra che dicano questo le ossessive telefonate materne che arrivano nei momenti meno opportuni ad aumentare il tasso d’inquinamento del fiume interiore. Una cosa che la più classica delle fiabe non spiega alle bambine è quanti tratti comuni abbiano il lupo cattivo e la mamma.

Io penso che se questo romanzo avesse giocato tutto sulla descrizione di come agiscono certi maschi carnefici sulle le donne vittime avrebbe fallito. Invece, non è così.

Questo è un romanzo sulle prigioni interiori, sui lupi cattivi che ci portiamo dentro. Non c’è un personaggio, tranne l’amica Dina, che non sia incastrato nella propria prigione interiore.

Lo è Larisa, la domestica di Lepore, che sopporta l’avvocato in cambio di sostegno in una causa legale che l’avvelena; lo è Renata Callegari, la collega di Lepore, prototipo di donna che moltiplica le prigioni (fitness, vestiti, sesso) anziché emanciparsene; lo è lo stesso Ludovico Lepore, il cui cuore è detenuto nel carcere del dolore più bieco e dell’odio. Lo è Guido, l’attore principale della disperazione di Lepore; lo è infine Maurizio, il seduttore seriale piuttosto vile con cui Rosita ha una relazione.

La differenza tra Rosita e tutti gli altri personaggi sta nella lucidità introspettiva, perfettamente resa dalla scrittura dell’autrice, nella capacità di analizzare se stessa e ogni situazione come se un faro illuminasse, senza pietà, ogni zona d’ombra.

Ce l’ho soprattutto con me stessa, per aver subito senza reagire.

La forza del suo cinismo produce merda anche senza che lui faccia niente di specifico.

Rosita non è una vittima perché è consapevole, sa di che gioco si tratta e sa che sta a lei la scelta: accettare o rifiutare. La svolta non sarà indolore, ma il finale perfetto che chiude tutti i cerchi ha un messaggio preciso, confortante, imprescindibile che sta tutto nella variante alla più classica delle fiabe.

Non c’è nessun male che possa intaccarti nel folto del bosco, bambina, se hai fatto i conti con il male che ti porti dentro. Tu puoi essere prigioniera soltanto di te stessa e del tuo lupo interiore. E nel momento in cui hai capito questo, hai compreso anche che non serve più nessun cacciatore armato di fucile che accorra a uccidere il lupo. Non serve che nessuno spari, niente cadaveri.

Ognuno può salvarsi da solo, è una scelta.

 

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