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Fato e furia – Lauren Groff

Fato e furia ovvero la vendetta secondo Lauren Groff

fatoefuria

[articolo apparso su Cultweek il 23 gennaio 2017]

Leggere il racconto del matrimonio di Lotto e Matilde, narrato dai due punti di vista di marito e moglie, è come leggere due romanzi. L’autrice stessa dichiara infatti di aver pensato all’ipotesi di pubblicare queste storie in due volumi separati e spiega come le due parti del romanzo siano nate sotto lo stimolo di emozioni, ritmo e intenzioni completamente diversi.La doppiezza della narrazione è ben rappresentata dal titolo, in lingua originale Fates and furies. La traduzione italiana perde le tracce del doppio significato che il titolo ha in lingua inglese, e le recupera nella suddivisione delle due parti all’interno (parte 1 Le Parche; parte 2 Le Furie).

The Fates in inglese sono le Moire greche (Parche romane), le dee che tengono in mano i fili del destino: tre figure femminili che nell’iconografia vengono rappresentate prevalentemente in posizione seduta, come tranquille tessitrici. Cloto tiene in mano il filo, Lachesi lo avvolge nel fuso, Atropo lo recide. The Furies sono le Erinni, tre sorelle che personificano la vendetta contro chi ha commesso un torto verso i propri familiari. Al contrario delle Moire, sono rappresentate in pose molto dinamiche, con i visi sconvolti dall’ira. Sia le Erinni che le Moire rientrano nella categoria delle dee triple, come anche anche le Matres e Matrones, divinità venerate, sempre nel mondo antico, nell’Europa occidentale.

Fates and furies significa quindi “destini e furie” e allo stesso tempo “Morie ed Erinni”. E questo non è un dettaglio, visto che le principali figure femminili del romanzo, Antoinette e Mathilde, madre e moglie del protagonista Lotto, sono fatte della stessa pasta di queste figure mitologiche. Sia Mathilde che Antoinette rivestono il ruolo di Parche in quanto cercano di tenere in mano i fili della vita di Lotto.

Lotto era quello che lei doveva salvare. Accese un fiammifero e cominciò a leggere l’Apocalisse con voce sommessa e tremula.

Così viene descritta Antoinette quando, per punire l’amato figlio dopo un’estate di sesso e droga, lo spedisce al College lontano da casa, sradicandolo dal luogo in cui è nato. E qui, il primo ribaltamento del destino. Allontanando il figlio, Antoinette lo consegna direttamente tra le braccia di Mathilde, la Parca rivale.

D’un tratto, sulla porta, lei (Mathilde).

La contesa tra le due donne è inevitabile, entrambe hanno bisogno di indirizzare e possedere la vita dell’eletto. Tuttavia, non solo Parche si riveleranno queste femmine, bensì pericolosamente Erinni, quando le cose non andranno secondo i loro piani o quando scopriranno qualche inganno.

Il pomo della discordia è lui, il protagonista Lotto (Lancelot nome francese; sì proprio così: Lancillotto!). Lotto è un personaggio letterariamente forgiato su un miscuglio tra tradizione cavalleresca e teatro shakespeariano. Impossibile non pensare al cavaliere della corte di re Artù, tragicamente innamorato di Ginevra e sovvertitore dell’ordine di Camelot; come il protagonista del romanzo, anche il Lancillotto della tradizione letteraria perde il padre in giovane età; come il protagonista, ancora, Lancillotto viene cresciuto su un’isola abitata da sole donne. Calza a pennello al personaggio di Lotto anche il cliché maturato intorno alla figura del Lancillotto letterario, ormai assimilato come il guerriero perfetto. Forte, bello, carismatico e nobile d’animo ma condannato all’amore catastrofico per la sua regina.

Non capita a tutti di essere figli di un uomo di nome Gawain (nella tradizione cavalleresca è il nipote di re Artù) e di una Sirena. Sì, perché Antoinette da ragazza lavora come Sirena in uno spettacolo. Ma Groff ci parla di Antoinette in modo tale per cui pare che lei sia per davvero una Sirena. Vien da chiedersi a questo punto dove diavolo si sia finiti, perché il verosimile è un po’ lontano e ci si sente più che altro dentro a una favola.

Quando Gawain e Antoinette si sposano, le colleghe sirene si presentano sedute nelle loro scintillanti code sui gradini della chiesa e lanciano manciate di mangime per pesci ai novelli sposi.

Questo è precisamente il punto in cui il lettore capisce che da questo testo può aspettarsi veramente qualsiasi cosa.
Lotto è anche un personaggio shakespeariano. I riferimenti a Shakespeare sono parecchi e disseminati in tutto il romanzo. Quando Lotto incontra Mathilde per la prima volta ha appena terminato di interpretare Amleto; quando si mette a fare il drammaturgo o durante alcuni dialoghi con l’amico Chollie, ci accorgiamo che Shakespeare è sempre lì nell’ombra.

CHOLLIE: Puoi infilarti il tuo Shakespeare su per il culo, Lotto.

Come avveniva nel coro della tragedia greca, il testo della Groff è disseminato dagli interventi di un narratore, ben evidenziati tra parentesi quadre, che spiega, predice, giudica, sentenzia. E’ quasi un dio, o un vate, che controlla tutto con uno sguardo esterno, spesso cinico, talvolta empatico e mette in guardia il lettore rispetto all’apparente semplicità di ogni cosa. E sono queste splendide parentesi quadre – che parlano direttamente a chi legge – a far incombere sull’età dell’oro un’atmosfera da fosca tragedia:

[Lasciamoli lì, con gli occhi della mente: magri, giovani, mentre fendono il buio in direzione del tepore, volando sopra la sabbia fredda e le pietre. Ritorneremo da loro. Per adesso, è lui quello che non possiamo smettere di guardare. È lui a brillare.]

Due romanzi in uno. Il Fato è il racconto di Lotto e la Furia è quello di Mathilde, è stato scritto; ma Mathilde non è Mathilde e qui tutto si ribalta nel suo contrario. La favola di Lotto è quella di un uomo predestinato alla gloria, bello, intelligente, amato, di successo, confortato da un’adorabile mogliettina, in ventiquattro lunghi anni d’amore e passione. La mogliettina è bionda, sexy, devota, e non si arrabbia mai, nemmeno quando lui ne dà parecchie ragioni.

Il romanzo di Lotto è una sorta di recita di personaggi, non a caso è in questa parte che Groff inserisce pezzi, riassunti o descrizioni di messe in scena delle pieces teatrali scritte da Lotto; è qui che vediamo Lotto stesso in scena, come autore di teatro, acclamato, intervistato, applaudito.

Senza averne consapevolezza, siamo tra il pubblico della mise-en-scène del Fato e assistiamo alla rappresentazione, ignari di ciò che si nasconde dietro le quinte. Groff ci mostra la brillante carriera di Lotto mettendo in sequenza una serie di opere teatrali da lui scritte. L’evento che sconvolge tutto l’equilibrio è affidato a una di queste pieces, veri testi dentro il testo.

E lo troviamo lì, il trauma di Lotto, quando siamo sinceramente annoiati da questa sequela di drammi. Un po’ intorpiditi dalla trama che non va avanti, un po’ frastornati da ciò che leggiamo, tra le battute della piece scopriamo il climax che tiene insieme i due romanzi. Lì per lì non comprendiamo se quel che stiamo leggendo sia veramente accaduto o no nella vita del protagonista. Perché, va detto, anche Groff è un’abile Parca letteraria, e controlla perfettamente i fraintendimenti in cui ci fa di continuo cascare e le agnizioni verso cui ci guida di volta in volta. Ma cos’è che può sconvolgere la solidità del Fato? I due classici elementi: il tradimento e la morte. Il tradimento in questo romanzo è felicemente tenuto lontano dal matrimonio, tempio della passione e della fedeltà e, per fortuna, non ridotto al luogo comune di tomba dell’amore. Il tradimento viene dall’esterno, ha radici lontane nella gioventù di Lotto. Anche un amico può distruggerti la vita. Il matrimonio rimane il centro della storia, come un’entità tangibile o come la personificazione del sacro legame.

Il loro matrimonio si staccò da terra, si sgranchì le gambe e li guardò con le mani sui fianchi. Mathilde stava tornando da Lotto. Alleluia.

Poco importa che la felicità dei protagonisti si basi su cose non dette e passati carichi di scheletri: l’amore è salvo, l’unione è sincera. Il sesso, pur non fertile, è ovunque. E quando termina la parabola di Lotto inzia quella di Mathilde.

Qui conosciamo la vera natura della donna che non si chiama più Mathilde, bensì Aurelie. Altro nome francesce, come quello di Antoinette e Lancelot, elemento comune della triade, certamente non un caso. La storia di Aurelie è inimmaginabile e davvero ci domandiamo come sia possibile trovarsi catapultati in questo altrove. Mathilde dismette le vesti da mogliettina e indossa quelle delle Erinni; qualcuno ha colpito a morte il suo Lotto e dovrà pagare. Ecco la vendetta, di cui soltanto una donna danneggiata e sopravvissuta al suo passato è capace, farsi ragione di vita. Ecco la Furia, che si impossessa della storia, la stravolge e ci mostra i retroscena che fin qui Groff ci ha tenuti nascosti, secondo un principio narrativo che nel testo l’autrice mette in bocca a Lancelot: …portare novità nella narrazione, invertire le aspettative del racconto…

Se nella “parte Fato” del romanzo il ritmo ha un andamento tranquillo e inesorabile, e il linguaggio è quasi eccessivamente immaginifco: …Sorse la luna, sguaiata, e pisciò bianco sull’acqua…,  nella “parte Furia” il ritmo si fa incalzante e la scrittura diventa più cinica e realistica. Lungo tutto il testo la parola “furia” ricorre più volte ed è impossibile non notarla, non isolarla dal contesto.

Torna Shakespeare, ma questa volta corre in aiuto di Mathilde. Lauren Groff scrive un piccolo paragrafo, tipograficamente evidenziato tra asterischi, riferito al Coriolano di Shakespeare, che funge da dichiarazione d’intenti della nuova Mathilde. Come se l’autrice venisse a dirci: attenzione, d’ora in poi soltanto l’ira condurrà la nostra protagonista in fondo alla storia:

L’ira è il mio pane quotidiano; io mangio me stessa, Sicché a forza di nutrirmi morirò di fame. Dice Volumnia nel Coriolano di Shakespeare. Volumnia – determinata, dispotica – è di gran lunga più interessante di Coriolano. Ma, ahimè, nessuno andrebbe a vedere un dramma intitolato Volumnia.

Ecco srotolarsi la soluzione di tutti i rebus; quando la favola di Lotto finisce, una vita lurida si impone con tutta la sua realtà. E’ ormai impossibile uscire dal vortice della curiosità, perché a questo punto anche il lettore è stanco di inganni e vuole sapere solo la verità e tutta la verità. E la storia assume una luce nuova e diversa.
Lotto è adesso sotto i nostri occhi come un predestinato troppo narciso e immaturo per vedere quanto siano state determinanti le donne amate nello svolgimento del suo destino. L’isola femminile in cui è cresciuto (madre, zia e sorellina) diventa un nido infido di cose taciute, nascoste; di lettere depistate. Tutte le figure femminili di questa storia risulteranno determinanti.
E lui, Lotto, che ha brillato in tutta la prima storia, un bambinone mai cresciuto, uno che ha chiamato Antoinette mami per tutta la vita, è ora sul palco come una marionetta i cui fili sono stati nelle mani di queste matres matrones, senza che mai se ne rendesse conto.

La storia di Lotto e Mathilde è infine tutta chiara; è la storia di tutti, di ogni matrimonio, di ogni famiglia. Ciò che viene a dirci Groff con questo romanzo e ciò che forse ci coinvolge maggiormente è che ogni vita ha almeno due versioni: quella vista da sé e quella vista dagli altri.

La lettura di Fato e furia è un’esperienza interessante. Lauren Groff è dotata di una buona inventiva che materializza in uno stile originale e in una struttura romanzesca capace di stupire. Ciò che maggiormente colpisce di questo romanzo è proprio lo sdoppiamento; il depistaggio. Le numerose rivelazioni che avvengono nella seconda parte del romanzo anziché illuminare il lettore lo confondono. Perché la storia è la stessa, ma è tutta diversa: vien da dubitare delle proprie capacità di comprensione. Di rivelazione in rivelazione, la trama già sedimentata durante la lettura della prima parte viene stravolta. Riesce davvero Lauren Groff a tirarci dentro alla furia dell’arrivare fino in fondo, che pare complice del nostro divertimento, nascosta dietro lo stipite a godersi lo spettacolo del nostro stupore.

 

 

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