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cultweekdi Claudia Grendene

[Articolo comparso su Cultweek l’11 aprile 2016]

Uno pseudonimo è il miglior amico dello scrittore, dice J.K. Rowling che di pseudonimi se ne intende. “Mamma” di Harry Potter con un solo cognome e due iniziali  puntate, autrice di Il baco da seta e Il richiamo del cuculo con lo pseudonimo Robert Galbraith, vero nome della scrittrice Joanne Rowling.

È solo un fatto di nome? Anche se fosse un semplice fatto di nome, la faccenda sarebbe comunque complessa. Studi psicologici recenti dimostrano come un nome abbia la capacità di modellare i comportamenti e produrre una certa identità.
E’ la vecchia storia del nomen omen che può essere applicata alla scrittura.

Dell’importanza di un nome ai fini della creazione di una personalità ne parlò tanto tempo addietro Carl Gustav Jung ne I simboli della trasformazione, ma – senza scomodare il colosso della psicanalisi – possiamo citare il più nostrano Stefano Benni, nel romanzo Achille piè veloce. “Hai un nome a cui rispondi, il nome con cui ti chiamano gli uomini. Ma qual è il nome del tuo mistero, il nome a cui rispondono i tuoi ricordi, le tue paure, la tua ispirazione?”

Questo è il punto. A quale bisogno risponde la scelta dello pseudonimo autoriale? La definizione stessa di pseudonimo, quella presa dal dizionario, dà a questa scelta quattro ragioni possibili: censura, garanzia di libertà espressiva, desiderio di anonimato e, infine, ragioni sociali e affettive. Non c’è bisogno di argomentazioni per comprendere che le suddette ragioni rimandano tutte a faccende piuttosto serie. Non si tratta certo di un vezzo, o di un capriccio: il nome d’arte è una scelta fondamentale.

Fino al diciannovesimo secolo lo pseudonimo era usato principalmente in campo artistico e letterario, o in alternativa in campo sportivo. Non sono stati rari, infatti, i casi di giovani rampolli di sangue blu che abbiano adottato un nome de plume per poter gareggiare in moto o auto, senza gettare in cattiva luce la propria casata nobiliare. In un passato ancora più lontano furono usati pseudonimi maschili dalle donne che volevano occuparsi delle lettere in un mondo in cui l’editoria era riservata solo agli uomini.

Al giorno d’oggi, con la rivoluzione sociale portata dal web, usare un nick name per proteggere la propria identità sembra la cosa più naturale del mondo. È talmente normale avere un nome finto che esistono siti dotati di generatore automatico di pseudonimi. Si può inoltre consultare una pagina di Wikihow intitolata Come creare uno pseudonimo unico in otto passaggi.

Eppure, risulta difficile accettare la scelta dell’anonimato da parte, per esempio, di una romanziera di successo: lo conferma il caso Ferrante che ha scatenato e sta scatenando morbose curiosità sulla vera identità dell’autrice. Ricerche filologiche, sociologiche e illazioni di ogni sorta pur di smascherare l’insolente scrittrice che persiste nel negarci la propria identità. Come si permette? Sembra proprio questa la domanda che spinge la curiosità generale. Come si permette di pretendere addirittura di rimanere nascosta? Come si permette Elena Ferrante di sottrarsi al grande circo letterario contemporaneo? L’esposizione di sé ha raggiunto un’importanza tale da impedirci di comprendere che la scelta dello pseudonimo come schermo per la propria vita privata è un’opportunità prevista dalla legge che garantisce al contempo l’anonimato e l’autorità intellettuale dell’autore.

Laddove l’anonimato non sembra più un diritto, la garanzia della libertà creativa veicolata dall’uso di un nome d’arte tocca l’apice della propria legittimazione. In altre parole, se un autore utilizza uno pseudonimo perché ciò lo rende libero di scrivere, la cosa risulta facilmente accettabile ai più.

Pensiamo a come deve essersi sentita Agatha Christie quel giorno in cui è stata presa dall’insana pulsione di scrivere un romanzo rosa. Come avrebbe mai potuto essere credibile agli occhi dei propri lettori come autrice di romanzi d’amore?
Ecco che trasformandosi in Mary Westmacott la regina del giallo potè permettersi di tentare la scalata al rango di principessa del rosa, senza tradire la propria immagine e il proprio pubblico.

Uno pseudonimo può essere anche mezzo del libero fluire della creatività di  un gruppo, come capita all’amato collettivo di scrittura famoso con il nome di Wu Ming, ma anche ad altri come Sveva Casati Modignani e Nick Carter.

Voi potete raccontare tutto, ma a condizione di non dire IO, disse Proust. Il consiglio verteva sulla scelta della terza persona singolare anziché la prima,  per la narrazione. Un suggerimento tecnico che ha parecchio a che fare con la non sovrapposizione tra autore e narratore. L’immaginazione, a detta di Proust, si libera attraverso il distacco da sé, dalle persone che si è nella vita di tutti i giorni, dal mestiere che si svolge, dalle persone che si frequentano. Ecco che la funzione di un nome d’arte può essere un ulteriore passaggio che favorisce la creazione di una identità narrante diversa dalla persona dell’autore.

Si è anche tentato di dimostrare come spesso la scelta dello pseudonimo si sia mossa contro la linea di discendenza paterna, per riprendere invece il cognome della madre. L’uso dello pseudonimo come una sorta di parricidio autoriale, il disconoscimento della legge dei padri. L’asserzione, in qualità di autore, della rinuncia a uno status e dell’appartenenza a una stirpe, che storicamente si sono trasmessi in linea paterna.

Tra i numerosi ricordiamo Umberto Poli, che prende il cognome dalla balia slovena Peppa Sabaz, per diventare Umberto Saba; Celine, cognome della madre dell’autore; Pablo Picasso, che rinnega il cognome paterno Ruiz Blasco, per tenere invece quello della madre; Anatole Francois Thibault, che inventa il proprio cognome trasformando il secondo nome in France; Alberto Pincherle, che diventa Moravia grazie al cognome della nonna.

La lista degli autori che hanno usato sempre o transitoriamente lo pseudonimo è lunghissima. Perfino i più grandi, i più sacri, gli assoluti, gli insospettabili.
Ecco che scopriamo con sorpresa che un Antosha Chekhonte, che altro non fu che il giovane Cechov, pubblicò geniali scritti parodistici e testi esilaranti su riviste umoristiche russe.

La giornalista e scrittrice Irene Brin si trasformava periodicamente, su un rotocalco de La settimana Incom, nella Contessa Clara Ràdjanny von Skèwitch, un’anziana aristocratica esiliata da un non identificato paese d’oltre cortina, esperta di incontri con nobili ed altezze reali, per dare alle sue lettrici consigli di stile, portamento e galateo.

Stephen King fu costretto dagli editori a pubblicare come Richard Bachman, perché non sarebbe stato credibile per un autore pubblicare più di un romanzo all’anno.

C’è anche un caso tutto contemporaneo di donne che si spacciano per uomini, sono le autrici di fantascienza che, poco credibili con nome femminile, si firmano da maschi o con l’iniziale puntata: Alice Sheldon diventa James Tiptree, Alice Mary Norton  si trasforma in Andre Norton, Roberta Rambelli firma i suoi romanzi come Robert Rainbell e, infine, M.F. Rupert, C.L. Moore.

Nomen omen, sì certo. Ma cosa di meglio, allora, per aggirare il destino assegnatoci che la scelta di un confortevole pseudonimo?

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