Isolina, un martedì – Elianda Cazzorla

 Isolina, letteralmente piccola isola, è una prof. di Italiano in un liceo nella città di Padova. Indole fantasiosa e immaginifica, insegnante operosa e intelligente, Isolina è desiderosa di bellezza ovunque. Questo sogna la protagonista, da dentro la sua isola, nel rumore sgarbato della città che corre: migliorare l’aspetto delle strade, abbellire, ingentilire il mondo, mission impossible cui la Bradamante che è in lei non intende rinunciare.

Isolina è una prof. che vive la letteratura ancor più e prima di insegnarla, e in effetti il padre si chiama Marcovaldo, la sua coscienza è Bradamante e l’innamorato ha per nome Orlando. Intorno, ci sono anche Astolfo, Angelica, Alcina e Morgana, ci sono imprese da compiere, battaglie da pugnare, studenti da aiutare a fiorire in inverno. Tutto il romanzo si gioca sul valore simbolico dei nomi dei personaggi che hanno come riferimento un preciso e popoloso mondo letterario.

Anche portare a termine una semplice giornata può diventare un’impresa epica fatta di gesta da narrare, quando il tempo è nemico e incalza e c’è troppo di cui occuparsi.

Un martedì, giornata campale nella settimana di Isolina, viene raccontato in ventitré capitoli attraverso i quali la protagonista si mostra in tutte le forme: furba ma sincera, professoressa “stronza” e materna, donna sognatrice e abile stratega, innamorata e disincantata.

Le aule, i ragazzi, il bidello Astolfo con la sua filosofia del gerundio, la letteratura, le amicizie, i bisticci e gli amori: tutta la scuola vive e tende verso altro, verso un fuori, un lontano, passato e futuro. La tensione si scioglie nella gioia materiale del cibo, che il rituale del santo Graal (la ricreazione) porta dentro all’istituto. E allora i brutti voti, le interrogazioni, i colloqui con i genitori e perfino le illusioni sentimentali diventano aria fresca e chiacchiere leggere.

Il romanzo epicamente si apre e allo stesso modo si chiude, e il sogno di abbellire la città e la vita continua oltre le pagine.

Autrice Elianda Cazzorla – Illustrazioni e copertina Patrizia Marcolin – Jacobelli editore.

Come è fatto questo libro -in pillole. Settembre 1972 – Imre Oravecz

Settembre 1972 – Imre Oravecz

Traduzione di Vera Gheno – Anfora

Questo libro è composto da una prefazione dell’autore e da 92 capitoletti che raccontano la storia di un amore finito a causa di un tradimento da parte di Lei.

Nella prefazione l’autore ci spiega che il testo è nato come scritto diaristico in seguito a una relazione personale finita. Rileggendo i brani in un secondo tempo, Imre Oravecz ha riconosciuto nella storia l’universale per cui quell’uomo e quella donna potevano non essere più loro stessi, determinati, finiti, individuati, ma essere qualsiasi uomo e qualsiasi donna alle prese con le categorie del prima e del dopo, del passato, del presente e del futuro in una relazione sentimentale terminata. I due protagonisti, infatti, non hanno un nome, né in generale vengono mai nominati altri personaggi o luoghi, per i quali l’autore sceglie di usare una lettera iniziale maiuscola puntata (vedi nota 1).

Il testo passò quindi dall’essere autobiografico a essere uno scritto in cui «il personaggio è un personaggio suddiviso in più figure, composto di più figure, da me separato e reso indipendente, con il quale non accetto più di avere tutto in comune. Come è pure evidente che neanche la protagonista è quella particolare donna, non è X, Y o Z, quanto la controparte del protagonista in più varianti.»

I 92 pezzi, dal punto di vista grafico, presentano come titolo l’incipit stesso di ogni brano, a capo, staccato di una riga, il resto del capitolo. Tutti i capitoli sono brevi e strutturati su un unico lunghissimo periodo in cui le virgole costituiscono le cesure ritmiche e di senso che convergono verso il punto fermo finale.

Si tratta di una prosa poetica, e in effetti Imre Oravecz è un poeta, cioè di una prosa che usa tutte le armi della poesia: anafore, enumerazioni, assonanze, allitterazioni, ma soprattutto il generale senso del ritmo nel fraseggio, come si può vedere fin dall’incipit del romanzo.

«In principio era

il tu, era il là, era l’allora, era il cielo azzurro, era il sole, era la primavera, era il caldo, era il prato, era il fiore, era l’albero, era l’erba, era l’uccellino, era la forza, era il coraggio, era la risolutezza, era la leggerezza, era la fiducia, era l’altruismo, era la ricchezza, era la gioia, era la serenità, era il riso, era il canto […]»

La resa efficace del nucleo drammatico, la separazione, avviene attraverso continue reiterazioni e alternanze, a partire dall’oscillazione continua tra la narrazione in seconda e prima persona. Molti brani, specie nella prima parte del romanzo, prendono le mosse da un preciso ricordo dell’armonia passata per approdare a un presente senza rimedio. Ognuno dei 92 capitoli contiene tutto il dramma della storia, come se i due protagonisti, a ogni pagina, tornassero a lasciarsi. In questo modo, lungi dal cedere a sentimentalismi patetici, Imre Oravecz riproduce nella mente del lettore la caratteristica principale del trauma, che è quella del ripetersi in eterno.

«poi il tu è divenuto lei, il là qua, l’allora adesso, il cielo azzurro fumo nero, il sole pioggia, la primavera inverno, il caldo freddo, il prato acquitrino, il fiore sterpo, l’albero cenere, l’erba fieno, l’uccellino preda, la forza fragilità, il coraggio codardia […] l’amore odio, il futuro è divenuto passato e tutto ricominciava da capo.»

A circa metà del romanzo iniziamo a leggere brani strutturati interamente sul presente, o che -a partire dal presente- puntano verso ciò che verrà. La storia non cede ad alcuna consolazione, ma nemmeno viene negato che possa esistere un futuro che meriti di essere vissuto dopo il disastro.

«quando rinuncerò anche a te e non ci sarà più né passato, né presente, né piacere, né sofferenza, e non ci sarai nemmeno tu, perché non vorrò che tu ci sia, ci sarà solo un futuro, bello e impietoso.»

Note: 1. L’unico nome che leggiamo verso la fine è quello dello scrittore Mario Simmel (Johannes Mario Simmel, scrittore e sceneggiatore austriaco 1924-2009) 2. I brani estratti sono presi dalla prefazione, dal primo e ultimo capitolo.

Come è fatto questo libro. La classe degli altri – Michela Fregona

Come è fatto questo libro

La classe degli altri – Michela Fregona

èstra insomnia

 Apogeo editore 2019, pp. 306, b/n, 16,5×23 cm ISBN: 9788899479510

La classe degli altri di Michela Fregona è un romanzo che racconta, attraverso tante storie, la società contemporanea. Lo sguardo si muove dal microcosmo bellunese, ma punta sulla più ampia realtà italiana, attraverso i cambiamenti avvenuti nell’ultimo quindicennio e, mentre ci ricorda quello che siamo stati, noi veneti, noi italiani, cioè degli emigranti, ci indica quello che saremo. O meglio, che potremmo essere: una società accogliente e multietnica.

Il romanzo si muove tramite una narrazione in prima persona; chi racconta le storie è una professoressa del CPIA (scuola per l’educazione degli adulti) che viene messa in scena sotto forma di personaggio-coscienza che tutto registra, raccoglie, commenta, digerisce e restituisce. Più personaggio-coscienza che identità personale, infatti la professoressa non ha un nome. Si tratta di una coscienza che si espande e tutto ingloba, ogni dettaglio ha un significato di peso nelle vite degli “altri”; ogni vita è composta da una miriade di piccoli particolari che occorre aver voglia di guardare, e vedere, e mettere insieme per trovare un senso o, talvolta, per accettare un feroce non-senso. La scrittura sostanzia la rappresentazione dell’io-coscienza narrante attraverso un uso particolare e anomalo della punteggiatura e delle minuscole.

Ogni capitolo diventa un episodio nell’epico svolgimento di diversi destini: e così seguiamo le storie di Giada, Julio Cézar, Noura, Suzana, Aicha, Miscél, i tre fratellini del Punjabi, e molti altri ancora. La voce narrante ha il fiato corto, come quando il tempo non basta per star dietro a tutto; mentre si legge, la si vede questa prof. con i li libri sotto il braccio e una borsa di stoffa più pesante di lei, a camminare su e giù per le vie di Belluno, col fiatone perché le vite da inseguire sono troppe. Perché le proprie disattenzioni possono avere conseguenze determinanti e perché la posta in palio in questa scuola degli adulti è riuscire a dare o meno alle persone l’ultima possibilità di riscatto. L’unico vero riscatto realizzabile: l’istruzione.